Farmindustria: «Biotecnologie, la ricerca è giovane e donna»

Genova – L’Occidente non può giocare la partita con India e Cina sul piano più strettamente industriale, ma c’è un campo in cui ha ancora la possibilità di specializzarsi: «Le biotecnologie rappresentano il presente ma anche il futuro» spiega Eugenio Aringhieri, presidente del gruppo biotech di Farmindustria, che interverrà oggi alle 10 al Festival della scienza.

«Oggi in Italia c’è una comunità scientifica competente, 176 imprese specializzate in biotecnologia con 4600 ricercatori e un governo sensibile e propenso ai finanziamenti».

D’altronde, le biotecnologie sono una possibilità importante per tutto il Paese, continua Aringhieri: «In campo farmaceutico, quello di cui si occupa Farmindustria, è un ambito che può aiutare a risolvere problemi ancora aperti come in oncologia e infettivologia. Certo, capire alcune cose porta ad altre domande ancora più complesse».

La ricerca, secondo quanto racconta Aringhieri, è donna, e possibilmente giovane. La sua non è però una considerazione sessista: spiega invece l’importanza dell’apporto di questa fascia di popolazione in un campo di ricerca, quello delle biotecnologie, che è ancora molto nuovo.

«I giovani hanno un modo di pensare fuori dalle righe, molto utile quando si parla di ricerca. Per arrivare a vere scoperte innovative, infatti, bisogna essere rivoluzionari e ragionare fuori dagli schemi. Anche le donne hanno capacità migliori in questo senso: nelle biotecnologie, infatti, arrivano al 40 per cento sul totale dei ricercatori, una cifra più alta rispetto agli altri campi».

Nell’incontro di oggi alle 10 al Festival della scienza il pubblico avrà un assaggio di questa nuova ondata di donne alla guida incontrando Marilena Iorio, responsabile di una startup dell’Istituto nazionale tumori che studia una particolare molecola, la MicroRNA, che risulta alterata nei casi di cancro. Il suo curriculum l’ha portata, dopo la laurea nel 2002 in Biotecnologie, a specializzarsi a Philadelphia e in Ohio.

«Il ritorno dagli Stati Uniti è stato un po’ sofferto: ci sono laboratori bellissimi, enormi. Sono stata contenta, però, di averlo fatto perché con un finanziamento sono riuscita a creare la mia startup qui in Italia».

Il caso della ricercatrice 36enne è interessante per tutte le donne che si vogliono avvicinare a questo mondo: «Il mio laboratorio è completamente femminile, ho a che fare con borsiste tutte più giovani di me, una di loro è una studentessa universitaria che viene dal Messico. È bello poter mantenere il livello internazionale».

La sua esperienza, però, è che si possono conciliare anche il lavoro e la famiglia, con qualche sacrificio e molto impegno. «È vero che i vertici delle aziende e delle università sono ancora un mondo in maggioranza maschile, ma al livello dei ricercatori ci sono molte donne. Vorrei rassicurarle, dicendo loro che è vero che in Italia ci sono difficoltà, più che in altri Paesi, ma qualcosa si sta muovendo. Questo, per esempio, è un buon momento per i finanziamenti. Il messaggio che voglio dare all’incontro di oggi è quindi positivo».

Sarà presente anche Francesca Damadei, diplomata la scorsa estate all’Iis Galilei di Jesi, un istituto orientato alle scienze in cui la 19enne ha scelto di specializzarsi nell’ambito sanitario: «I miei genitori non lavorano nell’ambiente, la passione è nata proprio da me, grazie anche ai laboratori della mia scuola e agli insegnanti».

La studentessa, che ha cominciato da circa un mese a studiare medicina e pensa di poter rientrare nel campo della ricerca alla fine del suo percorso, ha anche avuto la possibilità di presentare un progetto realizzato con la sua scuola a Londra: «Insieme al professor Edgardo Catalani abbiamo studiato un metodo innovativo per monitorare la quantità di gas nocivi nell’aria. L’esperienza che ho potuto fare in Inghilterra è stata particolarmente interessante, c’erano ragazzi da 64 Paesi, abbiamo visto laboratori a Cambridge e Oxford e incontrato scienziati di ogni campo. Questo mi ha permesso di chiarirmi le idee su quello che voglio fare e di aprirmi ad altri orizzonti».

«Ho scelto – continua – poi di studiare in Italia perché il nostro livello di preparazione universitario è molto alto, vorrei poter restare anche dopo ma questo è un passo che vedrò al momento».


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